Paccagnini, marchi e oggetti regalo dalla cooperativa nata da un'occupazione PDF Stampa Scrivi e-mail
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Martedì 19 Ottobre 2010 14:03

Marchi automobilistici, praticamente tutti. Manca solo la Ferrari, ma tutti gli altri ci sono, dalla Maserati alla Porsche, dalla Bmw alla Fiat 500 – allestimento Abarth compreso – e poi Volkswagen, Ford, Land Rover, Mini, passando, per le due ruote, dalla Ducati... E’ la cooperativa Paccagnini di Mazzo di Rho (Milano), uno dei pochi fornitori europei per l’industria automobilistica che produce inserti e marchi per cofani, i bauli,  ruote,  air bag e volanti.

 

“Una produzione all’insegna della tecnologia e della qualità” spiega la presidente Manuela Busetti. “I marchi devono resistere per anni senza scolorire e senza rovinarsi: nel nostro settore la qualità e l’affidabilità sono  tutto, non basta la Iso 9001:2008, sono richiesti  standard di qualità molto più elevati per poter lavorare nel settore automobilistico, standard che la Paccagnini è in grado di rispettare appieno. Basta un granello di polvere durante la lavorazione e quel marchio finisce in pattumiera… In questo settore la Cina è veramente lontana, in tutti i sensi, laggiù non sono assolutamente in grado di assicurare i nostri standard.”

 

 

Competenza e professionalità messe a dura prova dalla crisi mondiale dell’industria automobilistica. “Abbiamo una capacità produttiva pari a 4 milioni di fatturato annuo, più di un milione di pezzi al mese, tanto per intenderci, e così è stato nei primi anni del decennio, ma tutti sanno cosa è accaduto: adesso gli ordinativi arrivano, se arrivano, a singhiozzo, con il rischio di vederceli annullati a produzione ormai completata” ammette la presidente. Che fare? “In un certo senso siamo tornati alle origini – spiega Manuela Busetti – la Paccagnini è stata fondata nel 1904 a Milano e nel corso della sua storia ha prodotto di tutto, dalle targhe e le coppe, alle serigrafie numerate di opere d’arte, così oggi produciamo anche etichette in metallo per il settore vini e distillati, targhe delle più disparate, fino alla nostra linea per gli amanti dei gatti, sottobicchieri, orecchini, porta cd, tutto a forma di gatto, fatti in alluminio. Apprezzatissimi”. Non mancano poi i calendari, le agende, i biglietti da visita, oggettistica regalo, tutto in alluminio serigrafato. “Un calendario con la  copertina in alluminio, finita la sua funzione di segnare i giorni continua a vivere come quadro, così come un’agenda, con il risultato che marchio e logo impressi sulla copertina si trasformano in oggetto da conservare, magari in un quadro da appendere alla parete” racconta la presidente.
La Paccagnini è infatti in grado di studiare la grafica, realizzare il modello e produrlo. “Certo, cambiare così radicalmente tipologia di prodotto non è facile – racconta la presidente Busetti – non tanto per le implicazioni tecniche che certo non ci spaventano, quanto perché dobbiamo intraprendere azioni di marketing dedicate, partecipare a fiere ed esposizioni, riuscire a raggiungere il consumatore finale che è cosa ben diversa che lavorare per l’industria automobilistica e, tengo a precisarlo, oltre l’80% della nostra produzione automobilistica prende la via dell’export. Negli anni scorsi abbiamo ad esempio partecipato alla Fiera dell’artigianato a Milano ed è stato un successo.”

 

 

La Paccagnini oggi conta 28 soci lavoratori, 8 dipendenti compresi due apprendisti. “La cooperativa è nata il 26 aprile del 1983 dalle ceneri della Carlo Paccagnini spa, messa in liquidazione nel gennaio dello stesso anno” ricorda la presidente. “Un sabato a tutti gli 80 dipendenti venne inviata  una lettera che diceva: siamo spiacenti, ella è licenziata da domani. Papale papale, il più classico dei ben servito. Il fatto è che alcuni di noi abitavano vicino all’azienda e lo stesso sabato assistettero dalle loro finestre a un via vai di camion che svuotavano la fabbrica. E no! Ci fu il passa parola e lo stesso sabato notte occupammo la fabbrica. Tre mesi, giorno e notte, in fabbrica. Trattative, in regione, dal Prefetto, l’aiuto della Pastorale del lavoro, c’eravamo messi a fare le bambole di pezza per raccogliere soldi perché la spesa mica puoi smettere di farla. Celebrammo pure la messa in reparto e venne anche Franca Rame, la moglie di Dario Fo, il Nobel, a tenere uno spettacolo in nostro sostegno, ci aiutò tantissimo e non volle nulla, solo quattro arance” racconta Manuela Busetti. Alla fine un accordo con la vecchia proprietà si trovò, i macchinari vennero affidati alla neonata cooperativa a pochissimo e nei mesi successivi andò a lavorare in cooperativa addirittura il figlio del fondatore Carlo, Franco Paccagnini, per riacquistare clienti e far ripartire l’impresa.
Alla soglia dei trent’anni di vita la cooperativa Paccagnini, crisi o non crisi, continua a produrre reddito ai soci e ai collaboratori e a stare sul mercat

 

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